Cominciai a vagabondare prima dei due anni, su consiglio del medico,
per la mia gracilità.
Fui ospite di una famiglia di conoscenti; in un altro paese,
un'altra regione, dal mare in montagna, in un altro mondo.
Da una vita borghese ad una rurale.
Mio padre, che vi si era trasferito per lavoro, veniva a vedermi tutte
le sere e quando mi trovò con la febbre alta, mi riportò a casa.
In quella che in teoria era la mia casa.
D'estate ero ospite da qualche parte, d'inverno frequentavo la scuola.
A tre anni ero da una zia, la sorella di papà e con la mia cuginetta
di quattro anni più grande, andavo in giro tutto il giorno.
Alla villa comunale a guardare gli uccelli e i pavoni, sul ponte
a guardare le cascate del fiume, dalla nonna o dalle zie.
Dalla zia Gigina mangiavamo le sciuscelle.
Il ricordo più vivido è la fettina di fegato, che masticavo, masticavo,
ma non riuscivo a ingoiare.
L'anno successivo sono stata da una cugina di mamma,
che aveva un grande giardino con tanti alberi da frutta.
L'ultimo anno che mio padre, fu lontano da casa, conobbe la famiglia,
che mi ha ospitato per anni, non solo d'estate.
Erano due persone deliziose con quattro figli sposati e residenti
nelle Americhe ed una figlia che viveva con loro e
che si offrì di essere la mia madrina di Cresima.
Lì è nato il mio amore per la montagna e ho fatto tutte le scoperte
di ragazzina e di adolescente.
Vi ho conosciuto la mia amica d'infanzia e quella del cuore.
L'amore per i frutti della terra, per i lavori manuali, il piacere
di bere in una foglia di lattuga dal ruscello o
di aiutare i vicini sbucciando le pannocchie sull'aia.
A San Polo ad attendere i pellegrini al ritorno da Monte Sant'Angelo.
Vi ho conosciuto anche la politica.
Una parte di me vorrebbe tornare a visitare quei luoghi, ma
uno sguardo attraverso Google mi conferma che non troverei nulla
che assomiglia ai miei ricordi, né carretti trainati dagli asinelli,
nè donne a lavare i panni nel fiume, solo automobili e negozi moderni.
Vi è stata solo una breve pausa, che mi ha costretta lontano
dal paese che è tutto i miei ricordi.
Frequentai un anno in collegio, dove vissi la tragedia
dell'alluvione di Maiori. Non avevo ancora nove anni.
Un estraneo è chi si sente un ospite e mai in casa propria.
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sabato 10 giugno 2017
mercoledì 5 giugno 2013
L' ODORE di CANAPA
Rientrando, stamattina, ho notato che avevo fatto sfiorire dei
bellissimi boccioli di rosa e ho voluto controllare in che stato
erano quelle nel giardino dietro casa.
Il tepore del sole mi ha portato indietro negli anni; chiudendo
gli occhi per assaporare i ricordi, ho sentito l' odore di canapa;
ma era quello del grano, dei campi vicini, portato dalla brezza.
Era l' estate del '56, credo, quando venne una famiglia di funai
a "costruire" le corde e si stabilì sulla sponda del fiume.
Quell'anno avevo una nuova amichetta, ospite di una zia; forse
si chiamava Wanda, questo è comunque il nome che mi si affaccia
alla mente; l' estate la trascorremmo insieme in tante avventure.
Eravamo pronte a mezzogiorno, per farci tirare su dalla fune della
campana, che suonava i suoi rintocchi; su e giù, a dondolarci;
e ricordo il sorriso benevolo del paziente sagrestano.
Passando sotto il campanile si accedeva ad un viottolo, che portava
alla sorgente; ma dopo qualche centinaio di metri, dall'alto si
godeva la vista della strada, del fiume e di un ampio spazio.
Lì c' erano i funai al lavoro e l'aria era piena dell'odore di canapa!
Che spettacolo; mi piaceva stare lì sdraiata al sole; anche da sola.
Il lavoro non era frenetico, dava la sensazione della calma.
Le persone al lavoro camminavano all'indietro ed avevano un
grembiule con una grossa tasca, che reggeva la fibra e con le mani
formavano i fili sottili, che successivamente venivano uniti tra loro.
C' era una grande ruota che girava e dei grandi rastrelli, piantati
nel terreno a reggere i fili, che con la torsione si intrecciavano.
Quello che non ho mai dimenticato è l'odore che c'era nell' aria.
Un odore che possiamo sentire se, facendo lavori idraulici,
usiamo la canapa e non il nastro di teflon.
Foto prese in rete.
mercoledì 13 marzo 2013
IL CONCLAVE E LE FUMATE
Era il 1958,
la prima volta che sentii parlare di fumate.
Da don Antonio Nuzzi, a S.M. dei Rivoli.
L' importante Evento Mondiale, che stiamo vivendo,
me lo ha riportato alla mente.
La stessa emozione di quella prima volta?
Certamente no: allora la televisione non era diffusa
e c' era la spensieratezza della giovinezza,
ora la consapevolezza della vecchiaia.
Come in altri importanti momenti della mia vita,
Bojano fa da sfondo!
la prima volta che sentii parlare di fumate.
Da don Antonio Nuzzi, a S.M. dei Rivoli.
L' importante Evento Mondiale, che stiamo vivendo,
me lo ha riportato alla mente.
La stessa emozione di quella prima volta?
Certamente no: allora la televisione non era diffusa
e c' era la spensieratezza della giovinezza,
ora la consapevolezza della vecchiaia.
Come in altri importanti momenti della mia vita,
Bojano fa da sfondo!
domenica 12 febbraio 2012
LA NEVE

La neve di questi giorni mi riporta all' infanzia.
Nel '56 ero a Bojano: quanti bei ricordi!
Le scuole chiuse, le partite a palle di neve,
lo scoppiettìo dei ciocchi nel camino,
i racconti degli anziani, la polenta...
e la "voce" del silenzio...
Allora non si lamentava nessuno:
si camminava a piedi, non c' erano auto...
si accendeva la candela, non c' era internet...
i nonni vivevano in casa, non da soli o isolati...
Con il progresso, sembra impossibile,
la vita diventa più complicata.
foto: Bojano(presa in rete)
martedì 10 agosto 2010
Le mie ROSSE
Non sono certamente delle Ferrari!
Avevo compiuto, da qualche giorno, 10 anni,
quando dovetti recarmi alla stazione,
per ritirare un collo ingrombante.
Era gennaio, c' era neve e tanto freddo;
mi imbacuccai per bene; la strada era lunga.
Una volta si facevano chilometri, sempre a piedi!
Arrivata in stazione, rimasi senza parole,
con gli occhi spalancati....era rossa!
Il mio papà mi aveva spedito una bicicletta;
rossa, stupenda, fantastica, strepitosa.
È stata, in quegli anni, che ho cominciato
a parlare con le cose a voce alta? Era una confidente
silenziosa, nelle lunghissime passeggiate solitarie.
Dopo molti anni, ho ricevuto un dono molto
più gradito, perchè veniva da mio figlio:
una bicicletta rossa!
Certamente è stato un caso: due bici, due rosse.
Foto da Google: la stazione; allora non c' erano le auto!
martedì 27 luglio 2010
LA TRAVIATA di VERDI
Il dramma della rinuncia all'amore da parte di Violetta.
La Traviata, melodramma tratto dal romanzo La signora delle camelie
di Alexandre Dumas, e libretto di Francesco Maria Piave, fa parte
della trilogia popolare, con il Rigoletto, tratto dal dramma di
Victor Hugo, Il re si diverte, rappresentato l'11 marzo 1851 a Venezia
e Il Trovatore, tratto dal dramma di Antonio García Gutiérrez,
El Trovador, rappresentato a Roma il 19 gennaio del 1853.
La Traviata, il 6 marzo 1853 alla Fenice di Venezia,
non piacque nè per gli interpreti, nè per l'argomento;
soltanto un anno dopo venne rivalutata.
A causa della censura, nel Rigoletto il re di Francia
si trasforma nel duca di Mantova; La Traviata fu ambientata
un secolo prima e alcuni pezzi furono completamente stravolti.
Ho letto il libretto della Traviata, verso i dieci anni,
frequentavo la quinta elementare a Bojano.
Era tra i volumi che erano in casa, non fu una lettura
scelta da me, come quando mi recavo in biblioteca,
e cercavo i testi tra i libri per ragazzi.
Mi colpì molto quella storia drammatica e
quanto la vita era stata crudele con Violetta.
Impreparata, affrontai l'amore e la morte.
Terribili le parole del padre di Alfredo,
"Pura siccome un angelo, Iddio mi die’ una figlia";
e quelle di Violetta?
"Morrò! La mia memoria, non fia ch'ei maledica"!
Anni dopo, consapevole che una lettura, ma anche
una musica o una pellicola per adulti non è adatta
per i ragazzi, ad una rilettura de La Traviata,
fui quasi delusa di non riprovare quel tormento
che, ricordavo bene, mi aveva colmato il cuore.
La Traviata, melodramma tratto dal romanzo La signora delle camelie
di Alexandre Dumas, e libretto di Francesco Maria Piave, fa parte
della trilogia popolare, con il Rigoletto, tratto dal dramma di
Victor Hugo, Il re si diverte, rappresentato l'11 marzo 1851 a Venezia
e Il Trovatore, tratto dal dramma di Antonio García Gutiérrez,
El Trovador, rappresentato a Roma il 19 gennaio del 1853.
La Traviata, il 6 marzo 1853 alla Fenice di Venezia,
non piacque nè per gli interpreti, nè per l'argomento;
soltanto un anno dopo venne rivalutata.
A causa della censura, nel Rigoletto il re di Francia
si trasforma nel duca di Mantova; La Traviata fu ambientata
un secolo prima e alcuni pezzi furono completamente stravolti.
Ho letto il libretto della Traviata, verso i dieci anni,
frequentavo la quinta elementare a Bojano.
Era tra i volumi che erano in casa, non fu una lettura
scelta da me, come quando mi recavo in biblioteca,
e cercavo i testi tra i libri per ragazzi.
Mi colpì molto quella storia drammatica e
quanto la vita era stata crudele con Violetta.
Impreparata, affrontai l'amore e la morte.
Terribili le parole del padre di Alfredo,
"Pura siccome un angelo, Iddio mi die’ una figlia";
e quelle di Violetta?
"Morrò! La mia memoria, non fia ch'ei maledica"!
Anni dopo, consapevole che una lettura, ma anche
una musica o una pellicola per adulti non è adatta
per i ragazzi, ad una rilettura de La Traviata,
fui quasi delusa di non riprovare quel tormento
che, ricordavo bene, mi aveva colmato il cuore.
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sabato 10 aprile 2010
LA PIANTA di TABACCO
Fu Cristoforo Colombo, il primo europeo,
a conoscere il tabacco, quando sbarcò
sulle isole Bahamas nel 1492.
Il rotolo di foglie secche, che gli indigeni fumavano,
era chiamato "tabaco".
La pianta del tabacco (Nicotiana tabacum L.)
appartiene alla famiglia delle Solanaceae.
In questa famiglia ci sono specie alimentari,
come il pomodoro (Lycopersicon esculentum),
la patata (Solanum tuberosum),
la melanzana (Solanum melongena),
il peperone (Capsicum annuum);
specie ornamentali come la petunia
e specie usate a scopo farmaceutico,
come la belladonna e la mandragora.
Ero una bimbetta di circa 6 anni ed ero a Bojano,
quando ho scoperto la pianta del tabacco; fino a
quel momento conoscevo le sigarette, ma non
che venissero confezionate con foglie essiccate.
Le raccoglitrici, che dovevano stare in mezzo
al campo fangoso, portavano in testa un
fazzolettone, per ripararsi dal sole,
ai piedi gli stivali per proteggersi dall' umidità,
ed erano continuamente colpite al volto
dalle grandi foglie del tabacco.
Le foglie vanno raccolte al giusto grado di maturazione,
che inizia dalle foglie più basse e procede verso l'alto,
quindi avveniva in passate successive distanziate.
Alla fine la pianta veniva raccolta tutta intera,
recidendone il gambo all'altezza del suolo con un coltello.
La raccolta del tabacco si svolgeva alla fine dell’estate
e durava circa un mese, si procedeva quindi all’essiccazione
delle foglie che venivano successivamente riposte in cassette.
Foto dalla rete
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